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A ferro e fuoco.

L’OCCUPAZIONE ITALIANA DELLA JUGOSLAVIA 1941-1943

A ferro e fuoco.

   L’OCCUPAZIONE ITALIANA DELLA JUGOSLAVIA 1941-1943   

Nel corso dei rastrellamenti ed anche al di fuori della logica delle rappresaglie, le truppe italiane si lasciano andare a veri e propri eccidi.
La strage di maggiori dimensioni è quella di Podhum, nei territori annessi alla provincia di Fiume.
L’8 luglio 1942, nell’ambito dell’operazione “Risnjak” un reparto italiano distrugge il paese, considerato una possibile base di appoggio per il movimento partigiano. Vengono fucilati tutti i maschi dai 16 ai 65 anni di età, per un totale di 108 persone. Gli altri abitanti -donne, vecchi e ragazzi- in numero di quasi 900, vengono deportati. Case e stalle vengono prima saccheggiate, poi date alle fiamme.
Ad Ustje, nella valle del Vipacco, il paese viene bruciato e 8 abitanti fucilati come rappresaglia per l’omicidio di un carabiniere, che in seguito risulterà esser stato ucciso da soldati italiani per futili motivi.

«Quelli di Podhum, come gli abitanti degli altri villaggi della zona di Grobnico, di tanto in tanto mandavano medicinali, viveri, vestiario ed altri aiuti ai partigiani nel bosco. Così avvenne quel sabato, l’11 luglio, con le pecore. A prenderle scesero dal monte due partigiani, ma le bestie non vollero mettersi in viaggio senza il loro pastore, che ero io, e perciò partii con loro. Ero vestito leggero: camicia e pantaloni corti. Sul monte, invece, anche a luglio faceva freddo, sicché il comandante mi rimandò a casa. Tornando a valle, verso le quattro del mattino arrivai all’altezza della frazione di Soboli quando scorsi, non visto, sei carabinieri. Mi fu subito chiaro che stava per succedere qualcosa di brutto. Senza farmi vedere, raggiunsi la casa dei miei amici, anche loro pastori, Stanko e Ivan Broznić e in essa mi nascosi. Mentre me ne stavo rifugiato in quella casa, vedemmo che nei pressi della cava di pietra si stavano radunando alcuni reparti di soldati. Decidemmo perciò di allontanarci, fuggendo sopra una collina distante un chilometro. Dalla cima di una roccia vedemmo i soldati che cominciavano a spingere gli abitanti del paese verso la cava da dove, un gruppo alla volta, li condussero alcune centinaia di metri più avanti. E lì li fucilavano, gettando i cadaveri nella cava. Vidi pure fuggire i fratelli Roko e Josip Reljać che riuscirono a raggiungere la collina ed a nascondersi nella macchia. Tentò la fuga anche Cvetko Zezelić, ma prese la via dei campi e non ce la fece a salvarsi: le raffiche lo raggiunsero dopo due, trecento metri. Io e Ivan Broznić non potemmo far altro che assistere al massacro e piangere…»
Dal racconto di un testimone della strage di Podhum
Nella conduzione della controguerriglia si fece sistematicamente uso del metodo della strage o meno?
Giovanni Corvino parla della strage di Ustje
La tragedia della famiglia Bizjak, dal documentario Požig (L'incendio), di Majda Širca Ravnikar, sottotitoli italiani a cura di Slovenski klub, RTVSLO, 2020.