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A ferro e fuoco.

L’OCCUPAZIONE ITALIANA DELLA JUGOSLAVIA 1941-1943

A ferro e fuoco.

   L’OCCUPAZIONE ITALIANA DELLA JUGOSLAVIA 1941-1943

3. Chi non ci sta

Il 26 aprile 1941 si tiene una riunione clandestina alla quale partecipano esponenti di diverse estrazioni culturali e politiche.
Nasce il Fronte di Liberazione del Popolo Sloveno–Osvobodilna fronta slovenskega naroda, un movimento politicamente plurale che include 15 soggetti in cui prevalgono i cristiano-sociali e i comunisti. Proprio questi ultimi riusciranno progressivamente a fare del Fronte di Liberazione un organismo sempre più diretta espressione delle direttive del Partito.
Il primo scontro a fuoco con le truppe italiane si svolge nel maggio 1941; dopo l’attacco dell’Asse all’URSS il 22 giugno 1941, si moltiplicano le azioni partigiane, a cui si affianca anche una serie di omicidi mirati di esponenti conservatori disposti a collaborare con gli occupatori o considerati ostili dai comunisti. Sarà l’inizio di un feroce scontro all’interno della società slovena che si dipanerà poi lungo tutto il conflitto e oltre.
Contestualmente partono anche iniziative di stampo dimostrativo da parte della popolazione, dimostrando eloquentemente che la situazione fosse meno facile di quanto le autorità di occupazione si fossero inizialmente immaginate.
Del resto i primi segnali in tal  senso non tardano ad arrivare: il novantenne Ivan Hribar, rispettato sindaco di Lubiana nel periodo a cavallo fra i due secoli, a cui le autorità italiane offrono la carica di podestà, si spara, avvolto nella bandiera jugoslava, già il 18 aprile 1941, in segno di protesta.

Da chi parte l’impulso alla ribellione in Slovenia?
Perché la Resistenza riscuote tanto supporto fra la popolazione e quale ruolo svolgono i comunisti?